From: Oristano to Capo Caccia

Da Oristano a Capo Caccia
una pedalata di due giorni per scacciare il malumore

di Luca Guala gualal@unica.it

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1. Partenza

Era un venerdì sera di primavera, ed io ero piuttosto di malumore nonostante le belle giornate. Mi soffermai a pensare a come talvolta la fatica fisica riesca a far dimenticare i malumori meglio di qualsiasi altra cosa; e a volte la bicicletta in garage richiama l'attenzione su di se più del solito e sembra qualcosa di più che un semplice attrezzo sportivo; a come a volte ci voglia un pretesto per compiere un impresa un po' speciale. Quindi decisi: la solita pedalata sportiva del fine settimana non mi sarebbe bastata, avevo bisogno di qualcosa di più forte: sabato avrei pedalato la massima distanza che le mie forze, o le ore di luce mi avessero consentito, e domenica sarei tornato indietro. Lo sforzo fisico ha un effetto liberatorio sulla mente maggiore di una sbornia, forse è un po' più faticoso, ma il giorno dopo non ci si sveglia col mal di testa, semmai coi muscoli doloranti, e il fegato ringrazia in silenzio della scelta fatta.

Scelgo di partire con la bici da corsa limitandone al minimo la preparazione: misi il portapacchi, tre borse ed una ruota libera da 13 - 28, lasciando le corone originali da 52 - 41. Nelle borse carico poche provviste, due borracce in più, il sacco a pelo, l'abbigliamento per affrontare un freddo moderato e l'eventualità della pioggia, un paio di ciabatte, il costume da bagno, un asciugamano (piccolo), la cartina della Sardegna, una macchina fotografica, un taccuino, un po' di attrezzi, soldi, occhiali di ricambio, un berretto e una bandana. Addosso, i calzoncini imbottiti, una maglietta, le scarpe coi tacchetti e il casco. Niente walkman, materassino, comodità superflue. Le previsioni del tempo promettono bene, il mio stato fisico è buono, e la determinazione ottima. Sono pronto. Mi alzo che è ancora buio, forse ho dormito troppo poco però, e mi sveglio un pò stordito: me ne accorgo, infatti, quando mi dimentico di mettere l'acqua nella caffettiera, e brucio la guarnizione. Il caffè che preparo dopo aver lavato tutto e sostituito la guarnizione, è proprio cattivo e sa di gomma. Peccato, perchè la qualità della colazione condiziona tutto il resto della giornata e non è bello cominciare con la bocca che sa di gomma bruciata.

E' una bella mattina, fresca, limpida e senza vento: quest'ultimo fatto soprattutto mi infonde molta tranquillità. Il sole non è sorto da molto ma il cielo sembra già tiepido e luminoso. Io mi sento proprio in forma: i muscoli delle gambe sono tonici ed ho il corpo pieno di energia. Parto diretto verso Nord. Le strade piatte dell'Oristanese presentano ben poche sorprese per me, abituato a percorrerle ogni giorno di bel tempo, quindi raggiungo senza troppa fatica né distrazione le prime salite della Statale 292 per Santa Caterina e Cuglieri. Attraversando i piccoli paesi lungo la strada credo di apparire strano alla gente, in quest'ora in cui molte persone sono appena uscite di casa, ma nessuno sembra prestarmi grande attenzione: mi prendono certamente per il solito, eccentrico turista straniero. Le numerose cornacchie che si stiracchiano le ali sul bordo della strada, invece, mi salutano gracchiando e volano via. Superata Riola (13 km da Oristano) e il bivio per Putzu Idu (il Pozzo Nascosto) inizia una serie di saliscendi, non lunghi ma impegnativi. La strada scorre veloce sotto le ruote e pedalare mi costa meno fatica di quanto pensassi: anche se ho cercato di ridurre all'osso il peso dei bagagli, ne trasporto comunque dieci chili e nonostante questo non ho ancora sentito il bisogno di usare un rapporto più agile del 41/21. Il panorama della costa alla luce del mattino e della pineta di Is Arenas, visto dalla cima delle salite è splendido e invoglia a proseguire e a godersi la giornata, le gambe sono forti e rispondono bene, il vento di Maestrale che nel frattempo si è alzato è una piacevole brezza fresca, la temperatura consiglia di tenere addosso la calzamaglia. Salgo cantando allegramente.

 

2. Verso Bosa

Le località balneari di Turr'e su Puttu (la Torre del Pozzo), S'archittu (l'Archetto) e Santa Caterina sembrano disabitate, un po' per la stagione, ancora non balneare, un po' per l'ora mattutina: anche in piena estate pochi villeggianti sarebbero in giro alle otto del mattino! Superata Santa Caterina (26 km da Oristano) la strada piega verso l'interno con una salita dritta e costante. Alla mia sinistra le scogliere di calcare e basalto, che però non si vedono dalla strada, alla destra le montagne in controluce. Quando piove per alcuni giorni di seguito i torrenti che scendono dalle montagne si gonfiano e precipitano in mare dalla cima delle scogliere: è uno spettacolo formidabile. In cima al rettilineo mi volto: il panorama è stupendo, si vede chiaramente tutta la costa Nord della Provincia di Oristano: Capo Mannu, il luccicare della laguna di Sal'e Porcus, l'isola di Mal di Ventre in lontananza. La primavera è davvero la migliore stagione per pedalare in Sardegna: non c'è ancora il caldo soffocante dell'estate e non è necessario portarsi il peso dell'abbiglamento invernale, la campagna è verde e fiorita e rispetto all'autunno offre un ulteriore vantaggio: le cacche di pecora disseminate sull'asfalto delle strade minori non contengono spine! Infatti, nella stagione secca le pecore sono costrette a mangiare anche i cardi, e le spine rimangono intatte nella loro cacca, orientate in modo casuale. Pestare una cacca di pecora in autunno è un buon modo per procurarsi una bucatura.

Dopo una curva la strada prosegue, ma non è più una strada costiera, anche se il mare non è lontano; entro decisamente nella parte montuosa dell'Isola, e lungo la strada crescono le sughere e i lecci. Riesco a procedere senza utilizzare mai il pignone da 28, e comunque mi dà conforto sapere di averlo. Alle nove del mattino raggiungo Cuglieri (40 km, 500 m sul livello del mare). Butto via l'acqua presa dal rubinetto di casa, riempio le borracce di fresca acqua di montagna e riparto. Dopo Cuglieri comincia la discesa, lascio libera la bici di correre... e buco! Subito, appena presa velocità, passo sopra un piccolo sasso spigoloso e, pesante come sono, pizzico il copertoncino anteriore sul bordo del cerchione. Sulla camera d'aria trovo infatti il tipico buco a "morso di serpente": due piccole fessure affiancate, leggermente angolate, che testimoniano questo tipo di inconveniente.

bucaturaSolo pochi giorni fa ho sostituito i tubolari della bici da corsa coi copertoncini, pensando a quanto i tubolari fossero difficili da riparare per strada. Infatti in caso di foratura bisogna: scollare il tubolare dal cerchio; trovare il foro; scollare il nastro di protezione; tagliare la cucitura del tubolare in corrispondenza del foro; estrarre la camera (in genere sottilissima!); riparare la foratura; cospargere la pezza di borotalco, altrimenti si incolla al tubolare; rimettere tutto dentro come se fossero le interiora di un serpente; ricucire il tubolare; re-incollare il nastro e infine re-incollare il tubolare al cerchio. Però, forse coi tubolari non avrei bucato in un'occasione come questa: il cerchione su cui poggiano non ha i bordi affilati come quello per i copertoncini ed è più difficile pizzicare la camera, protetta anche dalla parte posteriore dallo spessore della copertura. Riparo il buco con una pezzetta e ne approfitto per riposarmi un pò. Mentre sono fermo sotto gli alberi passa in direzione opposta un gruppo di cicloturisti dall'aria nordica: uno di loro ha una bandiera svizzera sulla borsa da manubrio. Mi salutano ma non si fermano: loro stanno pedalando in salita!

BosaNel frattempo si è sollevata un'insistente brezza di maestrale che mi soffia contro ma, per adesso, non mi infastidisce: sono in discesa! Raggiungo la costa a Bosa Marina (60 km), dopo una discesa tutta curve percorsa a velocità sostenuta, facendo finta di essere in motocicletta fino al punto di fare il rumore del motore con la bocca. Arrivo a Bosa alle 10:30, la popolazione è tutta attiva e il mio passaggio non suscita occhiate così stranite come nei paesi attraversati prima: dopotutto questa è una destinazione turistica grazie al suo centro storico, col Castello di Malaspina immortalato sui francobolli, ai pittoreschi edifici della vecchia conceria lungo il fiume Temo (Bosa è l'unico centro della Sardegna attraversato da un fiume), alle spiagge (non bellissime) e alla festa della Nostra Signora di Sos Regnos Altos. Mi è venuta fame e mi fermo per mangiare sul lungo Temo. Viaggiando in bici la fame viene così: improvvisa ed irresistibile. E' l'avvertimento che sta per finire il carburante e che se si vuole insistere e lo si finisce davvero, possono capitare guai molto grossi. Mi preparo un panino con formaggio, pomodoro, lattuga e maionese che mangio rapidamente. Il fiume Temo puzza: puzza sempre così, oppure oggi puzza in modo particolare? Mi chiedo se tutti i fiumi puzzino, e se ciascuno abbia il suo odore caratteristico, come le persone: a volte impercettibile, altre volte insopportabile.

 

3. Le salite per Montresta

il fiume TemoBosa segna l'inizio della strada panoramica di Capo Marargiu, che segue la costa accidentata e scoscesa per 45 km fino ad Alghero. La strada è stata aperta non molti anni fa, dopo uno dei soliti interminabili cantieri che costellano l'Italia, ed attraversa una riserva dove vivono gli Avvoltoi Grifoni, che al mattino presto e alla sera si vedono volteggiare maestosi. Costeggia uno dei tratti di mare più inaccessibili e meno turistici della Sardegna, tanto che l'organizzazione segretissima "Gladio" aveva qui una sua base di addestramento. La cartina mi mostra due alternative: una è la strada panoramica costiera, che conosco già, l'altra passa per le montagne, porta a Montresta, e sulla carta è segnata con molti simboli di "doppia freccia" ad indicare salite ripide; infatti in 10 km circa sale fino a 520 m. Sembra molto difficile, oltre che più lunga. Avevo previsto la panoramica nel mio itinerario, ma era presto e io ero in forma, quindi decisi di prendere la strada delle montagne, quella che prima dell'apertura della panoramica rappresentava l'unico collegamento fra Bosa e Alghero. In paese devo chiedere informazioni, perché la segnaletica non è molto chiara, e una persona mi dice che in bici non sarei mai riuscito a fare quelle salite. Era la conferma che avevo scelto bene!

Già dentro Bosa la strada si arrampica per una salita dura, che mi fa presagire quello che mi aspetterà: mi fermo quasi subito per sostituire la calzamaglia coi calzoncini corti e per togliermi il maglione: fa caldo e sto sudando. Il panorama mi ripaga della fatica: fra le montagne vedo il mare, lontano sotto di me, e più salgo, più la vista è suggestiva. Dalle gole fra i monti sale il vento, fresco e piacevole sotto il sole, e profumato delle essenze della macchia mediterranea. Il vento, che finora ho sempre avuto contro, qui è mascherato dalla montagna e non da più molto sollievo contro il caldo. Un detto dei cicloturisti afferma che o si viaggia in salita o controvento. Forse non è del tutto vero, ma certamente in salita non si ha mai il vento contro (e meno male!) e in discesa non è mai a favore. In questa salita per la prima volta devo ingranare il 41/28, e percorro molti km fuorisella. Se volevo sensazioni forti, le avevo trovate! Salgo senza cantare più, ma contando le pedalate e i paracarri.

Dopo quasi due ore di salita comincio a scorgere dietro una curva un gruppo di antenne molto grandi, coi paraboloidi in cima a tralicci di acciaio: si trovano poco più in alto di me, appaiono e scompaiono dietro ogni curva ed indicano in modo inequivocabile la cima del colle. La loro vista mi infonde fiducia: so che manca poco alla fine della salita e vado avanti con molta più lena. Infatti, prima di raggiungere le antenne la strada diventa gradualmente meno ripida, e sull'asfalto leggo una scritta in vernice bianca: "G.P.M. 1 KM", un altro segno inequivocabile della fine di una salita: questo fornisce anche un'indicazione quantitativa, segnalando la distanza a cui si trova il traguardo di un Gran Premio della Montagna, corso su questa strada chissà quanto tempo fa. Attraverso la linea bianca con la scritta "G.P.M." proprio mentre passo a fianco ai paraboloidi, in cima a un colle senza alberi, deserto, ventoso e popolato solo da cornacchie, e mi sento un pò il grimpeur in fuga solitaria durante una tappa del Giro: da solo e col sudore che dalla fronte e dalle tempie scende sulla punta del naso e da qui gocciola sulla canna e sulla borraccia. Qui però non c'è nessuno ad incitarmi, solo le cornacchie mi guardano, gracchiano e volano via.

Poco dopo i paraboloidi inizia una ripida discesa. Ho appena incominciato a godermi la velocità gratuita ed il vento fresco sul viso sudato, che sento un doppio colpo sotto le ruote e mi ritrovo a camminare a tutta velocità sui cerchioni: un sasso appuntito - un altro! - mi ha bucato tutt'e due le gomme! Prima di riuscire a fermarmi percorro molte decine di metri con le gomme sgonfie e le camere d'aria si riempiono di buchi. Per ripararle sono costretto ad adoperare su una camera d'aria tutte le pezzette che mi ero portato dietro, ed a sostituire l'altra con la camera di ricambio. Se buco adesso sono fregato: non ho più nessun ricambio. Come se non bastasse, si mette anche a piovere: non mi ero neanche accorto che, nel frattempo, era sparito il sole. Indosso la mantella e mi rifugio dietro a dei sassi a rimuginare sulla mia sfortuna.

Non credo che neanche i tubolari avrebbero resistito stavolta, e se avessi bucato due tubolari, ora sarei davvero nei guai. Forse i copertoncini che ho montato sono troppo sottili, avrei dovuto sceglierne di più larghi, senza badare troppo alla scorrevolezza. Frequento troppi ciclisti agonisti, ed i loro consigli non sono sempre quelli giusti per questo modo di andare in bici: da soli, carichi e senza un'auto di appoggio. Pare che Fausto Coppi usasse sempre tubolari da 32 mm, per essere sicuro di non bucare, infischiandosene della scorrevolezza delle gomme sulla strada (allora si correva molto su strade sterrate, però). Io ho montato due copertoncini da 21 mm e a vederli così, ora, sotto una bici carica di bagagli davanti e dietro e larga di borse, sembrano davvero miseri. Mi rendo conto all'improvviso che per strada non ho incontrato nessuno da quando sono partito da Bosa: né una macchina, né un pastore sul ciglio della strada, ed anche adesso che sono fermo da un po' non passa nessuno. Non ci sono pecore, né altri animali domestici: solo le cornacchie e qualche minuscolo uccello che sfreccia sopra di me. Smette di piovere e mancano solo 2 km a Montresta (400 m SLM, 16 km da Bosa e 78 da Oristano), quindi decido di provare ad arrivarci prima dell'una per cercare di comprare delle pezzette.

E' inutile cercare pezzette per bicicletta a Montresta, in questo paese nessuno vende bici o ricambi. Un gommista mi offre dei pezzi di camera d'aria di furgone: sono più spessi dei copertoncini e non li posso proprio utilizzare. Ringrazio e proseguo. All'una raggiungo l'unico Bar che si vede sulla strada principale, e forse l'unico del paese, dove spero di poter sorseggiare una birra fresca, ma il commesso mi chiude la serranda in faccia mentre accosto la bici al muro (d'accordo: è l'una, ma un po' di riguardo verso un turista!), poi acconsente a vendermi una bottiglia di aranciata, senza farmi entrare però. Acqua non ne ha, dice, e in paese non c'è una fontana. Non mi piace fermarmi qui, la gente mi guarda con sospetto e non c'è niente di quel che mi serve. Questa mancanza di ospitalità non è comune in Sardegna, e mi lascia molto infastidito, quindi proseguo verso Nord per altri 12 km, prima di fermarmi a pranzare al passo di Santu Miali a 533m SLM. Pioviggina e tira un forte maestrale; fa più freddo qui, alle due del pomeriggio, che ad Oristano stamattina alle sette.

4. Verso Alghero e Porto Ferro

Raggiungo Villanova Monteleone (570 m SLM, 22 km da Montresta, 100 km da Oristano) e anche qui non trovo pezzette. Chiedo a delle persone con delle biciclette: mi rispondono che avrei trovato dei negozi ad Alghero. Mi fermo alla fontana a riposare e a godere dell'abbondante acqua fresca e di un po' di frutta. Villanova Monteleone è un paese isolato, nato dall'abbandono di Monteleone Rocca Doria, un minuscolo paesino arroccato in cima a un colle circa 13 km da qui, verso l'interno. Se Villanova Monteleone non offre particolari spunti di interesse, Monteleone Rocca Doria è invece un posto singolare, in cima a una stradina dove non passano due auto affiancate, e dove gli abitanti lasciano la chiave sulla toppa della porta di casa.

Riparto in direzione ovest verso Alghero; il panorama cambia drasticamente appena si comincia a intravvedere il mare. La strada scende dolcemente poi, dopo la cantoniera di Scala Piccada (15 km da Villanova) bruscamente, con stretti tornanti; dalla casa cantoniera si vede già Alghero, lontana ancora 10 km e molto più in basso, il mare, il golfo di Porto Conte e le scogliere di Capo Caccia. La luce del pomeriggio è velata dalle nuvole ma lo spettacolo è suggestivo. Scendo la Scala Piccada con prudenza, nonostante l'asfalto sia perfetto (qui si corre ogni anno una gara automobilistica): se bucassi ancora dovrei proseguire a piedi! Ad Alghero trovo un negozio di moto, aperto nonostante sia sabato sera, e acquisto una scatola di pezzette, un po' grosse per le mie sottili gomme da corsa, ma meglio che niente. Non mi fermo ad Alghero, nonostante le numerose attrattive che la città Catalana offre: è già tardi e mi coglierebbe il buio, che in questa stagione arriva presto; in città non potrei campeggiare, e non ho intenzione di dormire in una pensione.

Proseguo quindi in direzione di Capo Caccia. La luce è già calata notevolmente, sulla strada litoranea per Capo Caccia il traffico è poco ma veloce, quindi accendo il fanale rosso a batteria sul piantone della sella. Costeggio le spiaggie di Alghero: le Bombarde, il Lazzaretto, supero il bivio per Porto Conte e, arrivato al bivio per Capo Caccia (15 km da Alghero) decido di proseguire in direzione Nord, verso Porto Ferro: intorno a Capo Caccia la costa è molto scoscesa e abitata, e non è facile campeggiare, mentre a Porto Ferro c'è un campeggio e un'ampia pineta sul mare. Arrivo che è già buio, il campeggio è chiuso e mi accampo fra i ruderi di una casetta vicino alla spiaggia. Sono le sette e mezza di sera ed ho percorso 131 km da quando sono partito. Dopo un frugale pasto mi infilo nel sacco a pelo e... arrivano le zanzare! Nugoli, milioni di zanzare voraci che assalgono ogni punto di pelle non adeguatamente protetto: ho dimenticato di portare la lozione repellente! Tento di dormire indossando tutti i vestiti che ho e coprendomi il viso con la bandana e la testa col berretto. Il ronzio è insopportabile.

risveglio a Porto FerroAll'alba mi sveglio stanco e pesto; fa piuttosto freddo ed ho dormito poco e male. Non mi posso vedere in viso ma sento di essere stato massacrato dalle zanzare. Forse l'idea di dormire in una pensione ad Alghero non era poi così malvagia! Faccio colazione con biscotti e latte condensato e parto per Capo Caccia a godermi il primo sole dalle scogliere sopra l'isola della Foradada. Purtroppo il sole, come ogni giorno anche oggi è sorto a Est, e la scogliera è rivolta ad Ovest quindi in ombra, ma è ugualmente bello vedere Alghero e la baia di Porto Conte nella luce del sole ancora basso. L'ingresso alle grotte di Nettuno è ancora chiuso, e non ci sono i soliti autobus di turisti che affollano il capo.

 

 

il nuraghe PalmaveraRiparto verso Alghero, faccio una sosta per visitare il villaggio nuragico di Palmavera, scoperto da poco e ancora in corso di scavo, e mi fermo alla spiaggia delle Bombarde che, miracolosamente, è deserta. Ma sono solo le otto e mezzo del mattino di una domenica di Maggio: fra due mesi e poche ore qui sarà un carnaio. Per curiosità mi guardo nello specchio retrovisore di un'auto: ho tante punture che sembro malato di varicella! Alle Bombarde faccio il bagno: l'acqua è fredda ma il sole scalda, non c'è vento, e le uniche persone sono alcuni anziani che passeggiano. Riparto per Alghero dove mi fermo in Piazza Sulis, vicino alla Torre dello Sperone e mi concedo una lauta colazione con cappuccino e cornetto.

 

5. La Costiera Alghero - Bosa e il ritorno

Rifocillato, raggiungo la costiera per Bosa, la strada che non ho voluto percorrere all'andata. Questa strada è straordinariamente panoramica, ma anche molto difficile da pedalare. E' compressa fra montagne e mare, ed è tutto un susseguirsi di curve, salite e discese, alcune molto ripide. Mi rendo conto ora che se il primo giorno mi bastava il rapporto 41/24 per affrontare ogni pendenza, oggi fatico col 41/28 e suppongo che se stessi in giro ancora un giorno avrei bisogno di marce ancora più leggere. La bici da corsa va quasi bene anche per fare del turismo, ma deve essere attrezzata con gomme più larghe, almeno da 28 mm anche se si viaggia su asfalto buono, e di rapporti molto, molto leggeri. Ho utilizzato la corona da 52 forse per meno del 10% del tempo e avrei gradito molto una tripla da MTB con ingranaggi da 48-38-28 accoppiata alla ruota libera 14-28. Magari non avrei mai usato la presa diretta 28/28, ma sarebbe stato un gran conforto psicologico sapere di avere ancora una marcia in più per affrontare qualunque salita e qualunque stanchezza. Ho viaggiato spesso con la MTB, ma l'ho sempre trovata pesante e poco agile, per cui le ho preferito la bici da corsa per il cicloturismo, eccetto quando il viaggio prevedeva strade molto dissestate. Oggi, naturalmente, le MTB sono molto migliori di quelle che avevo a disposizione in passato. Forse adesso una buona MTB, magari ammortizzata, è più adatta al cicloturismo di qualsiasi altra bici.

A Capo Marargiu vedo finalmente gli avvoltoi: è tardi e loro volteggiano molto alti sopra le montagne, ma sono riconoscibili ugualmente per la maestosità del volo e per il fatto che per quanto a lungo li si guardi, non li si vede mai battere le ali. Lungo la strada incontro numerosi sentieri che portano al mare e promettono splendide calette nascoste. La giornata è invitante, ma quelle strade sono dissestate e ripidissime, e con la bici da corsa, nonostante la tranquillità data dalle pezzette per moto che mi porto dietro, non è sicuro affrontare quelle discese. Mi fermo poco prima di arrivare a Bosa, dove la costa diventa più bassa, e mi stendo a prendere il sole su una delle tante spiagge deserte che si vedono dalla strada.

A Bosa faccio ancora una sosta sul lungo Temo: ho percorso 45 km da Alghero, e 84 da quando mi sono svegliato stamattina; mancano ancora 62 km per tornare a casa, allora avrò percorso 238 km in due giorni. I corridori del Giro d'Italia coprono distanze simili in meno di sei ore! Da Bosa in poi ripercorro al contrario, e con la luce della sera, la strada percorsa all'andata: la salita verso Cuglieri, fra le sughere e i lecci, la discesa verso Santa Caterina, con di fronte il bel panorama della costa e del mare, i saliscendi fino a Riola e le noiose strade piatte dell'Oristanese. Non mi fermo più, ma ormai sono stanco e procedo molto più lentamente che all'andata, inoltre ho il sedere dolorante e ogni buca è una sofferenza. A Nurachi stanno rifacendo la strada principale e l'asfalto è stato asportato: non capisco se hanno cominciato a lavorare prorprio questo fine settimana o se la strada era così anche ieri mattina e io non me ne sono accorto. Fatto sta che attraversare il paese è una sofferenza: con le gambe troppo stanche per farlo tutto fuorisella e il sedere troppo dolorante per farlo tutto seduto.

Arrivo ad Oristano alle sei di sera e finalmente, seduto nella veranda di casa, di fronte al tramonto mi godo la birra fresca che mi è stata negata a Montresta. Sono stanco ma soddisfatto. il malumore dei giorni passati è svanito completamente.

 

Luca Guala gualal@unica.it

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